Cerimonia Inaugurale

Dal Mediterraneo all’Oceano, dalle culture dei popoli che si affacciano sul Mare nostrum internum alle culture del Nuovo mondo, in uno scambio di elementi linguistici, strutture formali, contenuti sostanziali, che stimolano, arricchiscono, mutano il patrimonio delle culture del vecchio mondo eurocentrico», questo il percorso del concerto che oggi, lunedì, darà il via al Forum delle Culture al San Carlo, dopo la cerimonia d’apertura che partirà alle 18.30 alla presenza del sindaco di Napoli Luigi de Magistris e del primo cittadino di Barcellona Xavier Trias.

Sul podio a dirigere l’Orchestra del Massimo napoletano ancora Juraj Valcuha, impegnati in un programma, ovviamente, di respiro internazionale. «A fare da cerniera tra la musica colta di importazione europea e i ritmi afroamericani del jazz – continua il direttore artistico del San Carlo Vincenzo De Vivo – sarà ancora l’americano George Gershwin, di origine ucraina, figlio di emigrati ebrei. Che al colmo della sua fama di autore di songs, musical e concerti, si recò a Parigi con l’intento studiare con Ravel, che ha innestato nella sua musica il linguaggio del jazz. Di lui Ravel disse nel 1928: “la maggiore paura dei compositori americani è quella di trovare in se stessi strani impulsi al distacco dalle regole accademiche: a questo punto i musicisti, da buoni borghesi, compongono la loro musica secondo le regole classiche dettate dalla tradizione europea»”.

In uno straordinario dialogo tra culture che si cercano, s’avvicinano, si ibridano, Ravel rispose con il Concerto in sol all’Americano a Parigi di Gershwin. Il dialogo che Ravel intraprende col mondo di Mussorgski riguarda invece un compositore di un’altra generazione e valori culturali apparentemente lontani. Il francese esalta la modernità del capolavoro pianistico, a cui sceglie di dare spessore orchestrale. In “Quadri”, da un’esposizione la promenade accompagna l’ascoltatore alla visita dei dipinti di Viktor Hartmann con vedute di città e di edifici, culminanti con la Grande porta di Kiev, un progetto faraonico e mai realizzato nella capitale ucraina (la terra da cui provengono i genitori di Gershwin). Al nostro mare si riferisce Santa Lucia di Teodoro Cottrau – figlio di quel Guglielmo che raccolse, trascrisse, rivisitò e rinnovò il repertorio popolare napoletano – la cui melodia, con testo italiano, conquistò la penisola durante il Risorgimento e raggiunse notorietà internazionale alla fine del 19° secolo. Fu conforto agli emigrati italiani – quelli che di lì a pochi anni avrebbero pianto sulla melodia di un’altra Santa Lucia luntana – nei mari del Nord, cantata in svedese, danese e norvegese dalla fanciulle incoronate di candele la sera del 13 dicembre, così come nelle lontane Americhe, diffusa dagli organetti di barberia, intonata sulle fisarmoniche e sui bandoneòn. “Carmen”, infine, non rimanda soltanto ad un’Iberia creata dalla visionarietà di Merimée e di Bizet: è l’opera della libertà. Carmen – che, nata libera, sceglie di morire libera – esprime la sua identità gitana come simbolo di autodeterminazione. Il preludio di quest’opera, cara ai pubblici di tutto il mondo, vuole ricordare i numerosi legami tra Napoli e la penisola iberica: accumunano l’una all’altra la corona d’Aragona, e quella d’Asburgo – nei primi decenni del Settecento Carlo tenne corte in Barcellona, durante la guerra di successione spagnola, e fu re di Napoli – e la stirpe dei Borboni. Legami del passato, punti di partenza per progettare il futuro».